Sull’esigenza – IMPROROGABILE – di una legge
sulla responsabilità medica

Responsabilità medica

Ancora tutto tace, e il medico paga

logo-fb-osIl Paese ha la necessità improrogabile di una legge che disciplini la responsabilità professionale medica, limitando i parametri di risarcimento che, in molti casi, appaiono sproporzionati e non in linea con gli standard europei, e soprattutto, introducendo l’obbligatorietà di copertura assicurativa per tutte le strutture pubbliche e private.

Niente da fare! Ciclicamente qualche membro del Parlamento avanza nobili disegni di legge dal tenore pressoché identico (assicurazione obbligatoria, responsabilità esclusiva della struttura, riduzione dei termini prescrizionali) che restano lettera morta per l’intera legislatura. Intanto cresce il contenzioso soprattutto nei confronti del medico che, a differenza dell’ospedale, è obbligato a stipulare una polizza assicurativa.

Sennonchè, visti i premi delle primarie compagnie (che, in settori come la ginecologia, schizzano fino a 15/20 mila euro l’anno) sono sempre di più le società, dai nomi anglo sonanti e le basi d’argilla, che offrono copertura a prezzi ridotti, accaparrandosi schiere di medici inconsapevoli del fatto che, assai verosimilmente, verranno abbandonati al loro destino al momento della sentenza.

Parlo per esperienza diretta: quante volte, nell’assistere un medico, ho dovuto minacciare compagnie inadempienti e quante volte, nel tutelare gli interessi di un cittadino danneggiato, ho dovuto coinvolgere direttamente i medici, stante l’inerzia della compagnia.

Fino a quando non si ragionerà seriamente sulle vere falle di una materia complessa come la responsabilità medica, analizzando con rigore gli aspetti precauzionali – dalla prevenzione del rischio al rispetto dei protocolli sulle infezioni nosocomiali – e quelli dinamico/processuali – con maggior coinvolgimento delle strutture e, ad es., riduzione dei risarcimenti per danni catastrofali – le compagnie “serie” resteranno fuori,ed a rimetterci sarà sempre e solo il medico.

Al quale non resterà che correre a ripari sempre più drastici e passare dalla medicina difensiva (che lungi dal deflazionarlo, ha invece fatto aumentare considerevolmente il contenzioso) alla medicina astensionistica (se non c’è contatto non c’è contratto!) oppure alienare i propri beni sul serio o per finta, mediante creazioni di trust o altri strumenti interpositivi.

Responsabilità medica: la finalità terapeutica esclude le lesioni volontarie

Sentenza 2014 -”Responsabilità medica”

Responsabilità medica sentenze-malasanita errore medico

Cassazione civile , sez. III, sentenza 03.07.2014 n° 15239

Un paziente conveniva in giudizio sia il medico che la struttura sanitaria, per un intervento al cranio, eseguito nel 1985, a causa del quale era divenuto completamente cieco, sostenendo che il medico avesse eseguito un intervento più invasivo, pericoloso e non necessario di quello concordato.

La Suprema Corte si è soffermata sulla possibile ravvisabilità in capo al sanitario del reato di lesioni volontarie.

Alla luce della precedente e copiosa produzione giurisprudenziale, la Suprema Corte non ha ravvisato, nel caso di specie, un animus nocendi in capo al chirurgo, che ha operato esclusivamente con finalità terapeutica, rientrando quindi il suo operato nei cc.dd. atti medici.

Ha osservato infatti la Corte che l’unica ipotesi di reato che si poteva ipotizzare era quello di lesioni colpose, la cui prescrizione era però trascorsa ormai da tempo.

In conclusione, la Corte di Cassazione enunciava il seguente principio di diritto: “In tema di responsabilità civile da trattamento sanitario ed ai fini dell’individuazione del termine prescrizionale per l’esercizio dell’azione risarcitoria, non è ipotizzabile il delitto di lesioni volontarie gravi o gravissime nei confronti del medico che sottoponga il paziente ad un trattamento da questo non consentito (anche se abbia esito infausto e anche se l’intervento venga effettuato in violazione delle regole dell’arte medica), se comunque sia rinvenibile nella sua condotta professionale una finalità terapeutica o comunque la terapia sia inquadrabile nella categoria degli atti medici. In questi casi, infatti, la condotta non è diretta a ledere e, se l’agente cagiona lesioni al paziente, è al più ipotizzabile il delitto di lesioni colpose se l’evento è da ricondurre alla violazione di una regola cautelare”.

Pdf documento completo della sentenza “Responsabilità medica: la finalità terapeutica esclude le lesioni volontarie”

Gravidanza: Ginecologo non informa per tempo la paziente, va risarcita.

Sentenza 2014 – “Gravidanza: Ginecologo non informa per tempo la paziente, va risarcita.”

Gravidanza informa in tempo paziente - sentenze-malasanita errore medico

Cassazione civile , sez. III, sentenza 17.07.2014 n° 16401

Secondo l’orientamento della Suprema Corte, ha diritto al risarcimento del danno non patrimoniale, la paziente che, per errore del ginecologo, scopre di essere in stato interessante quando ormai è troppo tardi per interrompere la gravidanza.

Nel caso in oggetto, una paziente convenne dinanzi al Tribunale di Milano il proprio ginecologo, in quanto quest’ultimo, sbagliando la diagnosi, non disse per tempo alla donna che era incinta. Il Tribunale adìto giudicò sussistente la responsabilità del ginecologo, e riconobbe all’attrice il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale, scaturito dalla “violazione del diritto della donna ad essere informata”. Tuttavia, non fu accolta la domanda di liquidazione del danno patrimoniale consistente negli oneri di mantenimento del figlio. Avverso tale decisione la donna propose prima appello, e successivamente ricorso in Cassazione, che ha condiviso la decisione del giudice di merito. Nella vicenda esaminata, non è stata fornita alcuna prova che la donna avrebbe deciso di interrompere la gravidanza, quand’anche fosse stata informata del suo stato, tempestivamente. Per tali ragioni, la Cassazione ha rigettato il ricorso e condannato la ricorrente al pagamento delle spese di giudizio.

Pdf documento completo della sentenza “Gravidanza: Ginecologo non informa per tempo la paziente

Consenso informato intervento chirurgico

Sentenza 2013 – “Consenso informato intervento chirurgico”

Consenso informato intervento chirurgico sentenze-malasanita errore medico

Cassazione civile , sez. III, sentenza 04.06.2013 n° 14024

E’ illegittimo che un paziente venga sottoposto ad un intervento chirurgico diverso in presenza di un consenso informato prestato per altro che non preveda particolari rischi e complicanze e in ogni caso non contempli la possibilità che si verifichi una malattia cronica come causa e complicanza della sua patologia, a nulla valendo la circostanza che la diagnosi precisa sia stata eseguita necessitatis causa solo in sede di intervento chirurgico (nel caso di specie, consistito nella asportazione mediante bisturi elettrico del tessuto fistoloso sino ad arrivare ai fasci dello sfintere esterno), onde, a fronte di tale complicanza, i medici non avrebbero potuto interrompere l’intervento per munirsi di un più esplicito e dettagliato consenso.

Pdf documento completo della sentenza “Consenso informato intervento chiurgico

Caso Olivotto: il ragazzo ucciso dal bicarbonato.

Caso Olivotto: il ragazzo ucciso dal bicarbonato.

Richiesto il rinvio a giudizio per Tullio Simoncini ed un noto radiologo romano

Caso Olivotto, Procura della Repubblica del Tribunale di RomaDopo oltre due anni dalla tragica morte di Luca Olivotto, il ventisettenne catanese  deceduto in un ospedale di Tirana il 18.10.2012  in seguito ad un improbabile trattamento anticancro a base di bicarbonato, la Procura della Repubblica del Tribunale di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio dell’ex medico Tullio Simoncini, inventore della “cura”, e di un noto medico romanoche avrebbe coadiuvato il Simoncini nella somministrazione per via arteriosa delle dosi massicce della sostanza che ha poi condotto alla morte del giovane.
L’udienza preliminare, fissata per stamane davanti al GIP del Tribunale Ordinario di Roma, Maddalena Cipriani, è stata rinviata al 19 marzo 2015 per l’intervenuta nomina di un avvocato di fiducia da parte del Simoncini, fino ad oggi “irreperibile”.
La Perizia medico legale della Procura non lascia adito a dubbi circa le cause della morte di Luca. Scrivono, infatti, i consulenti del PM: “le manifestazioni cliniche cui andò incontro il paziente Olivotto Luca Ernesto durante la degenza nella struttura “Universal Hospital Group” di Tirana sono riconducibili agli effetti sistemici prodottisi per effetto della somministrazione di bicarbonato di sodio, foriera di gravissima alcalosi metabolica ed infine dell’exitus”) .
Nonostante la radiazione dall’albo nel 2003 e una condanna per omicidio colposo e truffa nel 2006, Tullio Simocini continua a promuovere in giro per il mondo le sue teorie, intervenendo sui pazienti, come nel caso di Luca, mediante l’ausilio di professionisti, come Gandini,  regolarmente  iscritti presso l’Albo Nazionale dei Medici
E’ opportuno riassumere la cronologia dei fatti. Nel giugno 2012 a Luca viene diagnosticato un tumore al cervello. Disperata, la famiglia scopre, curiosando su internet, “il metodo Simoncini” secondo cui il cancro è un fungo e sarebbe curabile attraverso la somministrazione per via endovenosa di una soluzione di bicarbonato. Costo della terapia: ventimila euro, che l’ex medico vuole in contanti. Il 16 ottobre, Luca arriva in Albania e viene ricoverato presso l‘Universal Hospital Group di Tirana, una clinica modernissima, ma completamente sprovvista delle più elementari strutture di emergenza, come un’ambulanza.
Incassati i due terzi della somma pattuita con gli Olivotto, parte della quale sarebbe stata corrisposta all’altro indagato, inizia il trattamento. La terapia, però, viene subito interrotta: Luca si sente male e le sue condizioni precipitano nel giro di due giorni. Il 18 ottobre la situazione degenera rapidamente e, nel giro di poche ore, Luca si aggrava. Il trasferimento, su un mezzo di fortuna, in un ospedale vicino, non varrà a salvargli la vita: Luca morirà poco dopo l’arrivo al “Madre Teresa” tra lo strazio dei genitori e l’incredulità dei sanitari”

Malasanità: una storia paradossale. Anzi, normale.

logo-fb-osMalasanità, una storia paradossale dalle conseguenze nefaste.

Circa sei anni fa, una contadina analfabeta calabrese (ne esistono ancora!) incontrò un noto neurochirurgo che le illustrò i vantaggi che avrebbe tratto da un intervento di rimozione di ernia discale.

Alle domande della signora sulle possibili complicazioni, le fu risposto che si trattava di un’operazione semplice, routinaria.

L’intervento ebbe luogo in una nota clinica barese. Al momento del ricovero, la signora firmò, con crocesegno, tutti i modelli che le furono sottoposti. Tutti, tranne uno: il consenso informato all’intervento chirurgico – corredato da tutte le possibili conseguenze nefaste, mai illustrate verbalmente –  sottoscritto per esteso dalla paziente.

L’intervento di routine andò male e la signora rimase paralizzata ed intubata, giacchè impossibilitata a respirare autonomamente.

Il chirurgo fu denunciato, per lesioni gravissime e falso in atto pubblico (primo ed unico caso di paziente paralizzata e scolarizzata!). Le indagini durarono due anni, lui fu rinviato a giudizio, poi cominciò il processo, caratterizzato da (soliti) rinvii per omesse notifiche ed una lunga (prevedibile) istruttoria.

Nel frattempo la signora morì.

Trascorsero altri quattro anni, e finalmente si giunse all’udienza finale: quella in cui PM ed avvocati avrebbero concluso, ed il giudice avrebbe emesso la sentenza.

Ma il giudice fu destinato ad altra sede. Poco male, si dirà: parte un giudice e ne arriva un altro. La giustizia non si arresta.

Non è così: il comma II dell’art 525 CPP recita testualmente: “alla deliberazione concorrono, a pena di nullità assoluta, gli stessi giudici che hanno partecipato al dibattimento”.

In altre parole, se gli imputati non accettano le risultanze dell’istruttoria condotta dal “vecchio” giudice, il processo COMINCIA DA CAPO.

Poiché il reato contestato era prossimo alla prescrizione, il “nuovo” giudice ha fissato un’ulteriore udienza, a distanza di un anno, per dichiarare ESTINTO il processo.

Nessun colpevole, dunque. E i familiari della vittima? Dopo tanti anni e tanti soldi spesi in perizie ed avvocati, riusciranno ad accettare che il processo è stato solo una farsa? Che nel nostro fantasioso sistema giudiziario, il trasferimento di un giudice è di per se condizione sufficiente a vanificare sei anni di istruttoria?

Diceva Vaclav Havel “ non far nulla per combattere le ingiustizie, equivale ad approvarle”.  Il comma II dell’ 525 del Codice di Procedura Penale è una di quelle norme vergognose che precipita un Paese come il nostro, agli ultimi posti della graduatoria delle nazioni in cui democrazia e legalità restano solo vocaboli coloriti.

Un norma che non può essere tollerata in un “cosiddetto Stato” di diritto.

Francesco Lauri

Cartelle Cliniche e condanne giudiziarie

La soccombenza del medico in sede civile è spesso determinata dalla cattiva compilazione delle cartelle cliniche.

Gentile Direttore,

intervengo spesso, nell’ambito di eventi organizzati da associazioni di categoria medica, sulla condotta da tenere per (tentare di) evitare denunce penali o citazioni in giudizi civili.

Inizio col dire sempre la stessa cosa: lo spauracchio penale è poca cosa rispetto a quello civile, giacchè, in termini statistici, il rischio di vedere il proprio patrimonio aggredito a seguito di una sentenza di condanna civile, è di gran lunga superiore rispetto alla remota possibilità di soccombere in sede penale.

Sono le stesse associazioni a “tutela” della classe medica ad urlare, nel corso di eventi per lo più autoreferziali, come “circa il 98% delle denunce penali si concluda con un assoluzione e/o proscioglimento”, tacendo invece sull’alta percentuale di condanne che definisce oltre il 60% delle citazioni in giudizio.

Dati ufficiali attendibili non ve ne sono, ma sulla base della mia esperienza mi sento di affermare che, stante la natura contrattuale della responsabilità medica che impone al medico/struttura l’onere di dimostrare di aver tenuto una condotta diligente, prudente e competente, la maggior parte delle cause vengono perse a causa della superficialità con cui, nel terzo millennio, vengono compilate le cartelle cliniche, soprattutto in certe regioni italiane.

Grafia indecifrabile, dati clinici mancanti, moduli di consensi informati lacunosi o assenti, hanno come diretta conseguenza la sconfitta processuale, seguita da azioni esecutive esperite, sempre più frequentemente, nei confronti del medico personalmente.

Infatti, l’ assenza di norme che prevedano l’obbligo di copertura assicurativa per le strutture sanitarie e/o la malleva del medico da parte delle stesse, unitamente al cronico stato di decozione in cui versa la maggior parte delle strutture pubbliche italiane, fa si che, sempre più frequentemente, il cittadino “danneggiato” se la prenda direttamente con l’operatore sanitario.

Allora, piuttosto che tirare fuori la solita solfa della medicina difensiva – a volte salvifica, più frequentemente nociva – sarebbe il caso che le associazioni di categoria cominciassero a spiegare ai propri iscritti come una cartella ben tenuta o un consenso informato correttamente raccolto, possano ridurre sensibilmente il rischio di contenzioso civile.

Ma è un argomento che, fa storcere la bocca alla platea. Molti medici ritengono secondario l’aspetto della compilazione del diario clinico, ed è comprensibile: chi trascorre dieci ore in sala operatoria non ha né le energie né la voglia di fare il burocrate.

Fatto sta che una cartella clinica compilata male fa perdere le cause. La soluzione? La materia è un letto di Procuste: è’ da oltre un ventennio che gli esperti di risk management si confrontano sulle possibili alternative che va dall’automatizzazione dei processi all’istituzione di una figura dedicata alla compilazione.

La vita quotidiana negli ospedali insegna che ogni soluzione studiata a tavolino si è rivelata fallimentare: Non resta, dunque, che utilizzare il buon senso e sensibilizzare la classe medica, soprattutto le nuove leve, sull’importanza apicale di un documento correttamente redatto.

Avv. Franceco Lauri

Presidente Osservatorio Sanità

Assicurazione strutture sanitarie

logo-fb-osErrori medici e risarcimenti: senza copertura assicurativa, sentenze inutili.

Tra i tanti paradossi del nostro paese, vi è il fatto che gli ospedali NON sono obbligati ad avere copertura assicurativa, mentre i medici si.

Diventa, allora, sempre più difficile per il cittadino ottenere giustizia, e non tanto perchè non si vincono le cause (circa il 70% delle azioni civili termina con la condanna del medico o dell’ospedale) ma perchè l’eterna crisi finanziaria in cui versa il nostro sistema sanitario fa si che, sovente, i risarcimenti restino solo sulla carta.

Non è raro, infatti, assistere a pignoramenti mobiliari o presso terzi nei confronti di aziende ospedaliere o ASL che se ne infischiano bellamente delle sentenze di condanna nei loro confronti.

Qualche tempo fa, i legali di Osservatorio hanno dovuto pignorare gli arredi della stanza del Direttore Generale del san Giovanni Addolorata di Roma, debitore di oltre 600 mila euro nei confronti di una cittadina, resa invalida dall’imperizia dei sanitari.

Non c’è da stuprisi, dunque, che dinanzi ad una simile situazione, alcuni cittadini – spesso su consiglio di avvocati scaltri – preferiscono coinvolgere in via esclusiva i medici.

Osservatorio Sanità si è sempre dichiarato contrario ad una simile prassi, che da un lato non fa che alimentare il malcontento dei medici italiani, spingendoli ad intraprendere pratiche di medicina difensiva inutili e costose, e dall’altro non tiene conto di come, nella stragrande maggioranza dei casi, l’errore sia da attribuire, in tutto o in parte, direttamente alla struttura sanitaria, spesso sprovvista di un’ efficiente unità di Risk Management.

Assicurazione strutture sanitarie pubbliche e private

In un quadro così desolante, non resta che auspicare una legge che faccia chiarezza sulla materia, da un lato limitando i parametri di risarcimento che, in molti casi, appaiono sproporzionati e non in linea con gli standard europei, e dall’altro introducendo l’obbligatorietà di copertura assicurativa per tutte le strutture pubbliche e private.

Dal canto loro, i giudici, dovrebbero applicare condanne esemplari nei confronti di chi intenta cause temerarie, in modo da deflazionare un contenzioso che, negli ultimi anni, è aumentato veritiginosamente proprio a causa della mitezza delle condanne alle spese processuali.

Avv. Francesco Lauri

Di cosa parliamo quando parliamo di malasanità

Noi di Osservatorio Sanità sosteniamo da sempre che, dietro un episodio di malasanità, ci siano (quasi) sempre uno o più errori di sistema, per comprendere i quali ci dobbiamo rifare alla teoria del formaggio svizzero di James Reason.

La malasanità come il risultato di una concatenazione di eventi

Secondo questo studioso (il padre del moderno risk management), un incidente è il risultato di una concatenazione di eventi accaduti nonostante le “barriere” erette per evitare il verificarsi dello stesso incidente (o errore).

Reason utilizza l’immagine del formaggio svizzero: ogni fetta, nonostante i buchi, rappresenta una barriera per impedire che l’incidente si verifichi. la presenza dei buchi, in sostanza, di per sé non è condizione sufficiente per il verificarsi di un incidente, che accade solo in quelle particolari situazioni in cui questi si trovano allineati.

Errori medici - infezioni ospedaliere
Errori di sistema nelle strutture ospedaliere
Errori umani, malasanità ed errori medici

La morte di Claudio Ghezzi, che ha ispirato la nascita di Osservatorio, è un caso drammaticamente esemplare di errore di sistema. Claudio era allergico ad un farmaco, fatto noto a tutti i medici e paramedici per esser stato scritto a caratteri cubitali sulle cartelle cliniche e nella scheda infermieristica. Una dottoressa non ha letto le cartelle ed ha ordinato ad un’infermiera, che a sua volta non ha letto la scheda, di somministrare proprio quel farmaco.

La morte è sopraggiunta in pochi minuti.