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Gdpr e sanità: obblighi privacy ridotti per il medico

Gdpr e sanità: non è più necessaria la richiesta del consenso esplicito per l’utilizzo dei dati personali del paziente raccolti per finalità di cura; l’informativa, invece, va sempre fornita.

Lo studio del medico o la singola farmacia sono esonerati dalla nomina del RPD (responsabile della protezione dei dati); tutti gli operatori sanitari, dall’ospedale al singolo professionista, sono invece obbligati alla tenuta del registro delle attività di trattamento.

Sono questi i chiarimenti forniti dal Garante della Privacy, con il provvedimento n. 55 del 7 marzo 2019, a chi lavora nella sanità, cominciando dai medici.

La normativa

Le indicazioni dell’Autorità Privacysi collocano nel nuovo quadro di tutela della protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione dei dati stessi, disegnato dal Regolamento UE 2016/679 (c.d. GDPR) e dal D.Lgs. n. 101/2018 di coordinamento tra la disciplina comunitaria e quella nazionale.

Il GDPR mira a rafforzare e rendere omogeneo il trattamento dei dati personali dei cittadini e residenti dell’Unione Europea, all’interno ed all’esterno dei confini dell’Unione stessa.

Il Regolamento Ue è entrato in vigore il 25 maggio 2016 (anche in Italia) e ha efficacia esclusiva a partire dal 25 maggio 2018.

La normativa ha una portata generale: si applica, cioè, a chiunque tratti i dati personali di un altro soggetto, ad eccezione di alcuni particolari casi.

A seguito dell’entrata in vigore della nuova normativa (che – si ribadisce – è esecutiva in Italia a partire dal 25 maggio 2018), tutte le realtà commerciali e non commerciali, siano essi organizzate in forma individuale (es., liberi professionisti, esercenti arti e professioni, ditte individuali) o collettiva (es., società in nome collettivo, società semplici, Srl, Spa, Sas, Sapa, Società cooperative etc.), hanno l’obbligo normativo di adeguarsi alle nuove disposizioni in tema di Privacy.

Il trattamento dei dati in ambito sanitario

Il trattamento dei dati sulla saluteè consentito in presenza di taluni requisiti specifici individuati all’art. 9 del Regolamento.

Considerata la delicatezzae la complessità di tali trattamenti, il legislatore ha previsto un divieto generale di trattare le cc.dd. “categorie particolari di dati”, tra cui rientrano quelli sulla salute.

Tuttavia, l’articolo 9 del GDPR elenca una serie di eccezioni che rendono lecito il trattamento e che, in ambito sanitario, sono riconducibili, in via generale, ai trattamenti necessari per:

  • motivi di interesse pubblico, individuati dall’art. 2-sexiesdel Codice;
  • motivi di interesse pubblico nel settore della sanità pubblica, quali la protezione da gravi minacce per la salute a carattere transfrontaliero o la garanzia di parametri elevati di qualità e sicurezza dell’assistenza sanitaria e dei medicinali e dei dispositivi medici, sulla base del diritto dell’Unione o degli Stati membri che preveda misure appropriate e specifiche per tutelare i diritti e le libertà dell’interessato, in particolare il segreto professionale;
  • finalità di medicina preventiva,diagnosiassistenzaterapia sanitariao sociale ovvero gestione dei sistemi e servizi sanitari o sociali(in generale, quindi, per “finalità di cura”), effettuati da (o sotto la responsabilità di) un professionista sanitario soggetto al segreto professionale o da altra persona anch’essa soggetta all’obbligo di segretezza.

Il nuovo assetto ha indotto medici, strutture sanitarie e cittadini a chiedere chiarimenti al Garante, in merito alla disciplina della protezione dei dati in ambito sanitario.

I chiarimenti del Garante per gli operatori in ambito sanitario

Con il provvedimento n. 55 del 7 marzo 2019, il Garante della Privacyha fornito “Chiarimenti sull’applicazione della disciplina per il trattamento dei dati relativi alla salute in ambito sanitario”.

In particolare, è specificato che non è necessaria la richiesta del consenso esplicitodel paziente da parte del medico (o del professionista sanitario tenuto al segreto professionale), qualora tali dati siano strettamentenecessari alle finalità di cura[1]. Diversamente dal passato, quindi, il professionista sanitario, soggetto al segreto professionale, non deve più richiedere il consenso del paziente per i trattamenti necessari alla prestazione sanitaria richiesta dall’interessato, indipendentemente dalla circostanza che operi in qualità di libero professionista (presso uno studio medico) ovvero all’interno di una struttura sanitaria pubblica o privata.

Il consenso va, tuttavia, chiesto in altri casi. Per esempio, per attivare app mediche (ad eccezione di quelle per la telemedicina) o per procedure di fidelizzazione della clientela (come quelle praticate da farmacie e parafarmacie), per la consegna del referto online e per i trattamenti effettuati attraverso il fascicolo sanitario.

Al paziente va, invece, sempre fornital’informativa, che deve essere concisa, trasparente, semplice, chiara e deve pure contenere il riferimento al tempo di conservazione dei dati. Il Regolamento impone, quindi, ai titolari (medici, farmacie, strutture ed aziende sanitarie) di informare l’interessato sui principali elementi del trattamento, al fine di renderli consapevoli sulle principali caratteristiche dello stesso.

Infine, niente obbligo di nomina del RPD (c.d. Responsabile della protezione dei dati), quando i trattamenti non sono effettuati su larga scala (come possono essere quelli del singolo studio medico oppure della farmacia o parafarmacia).

Va, invece, sempre tenuto il registro dei trattamenti, in cui riportare le modalità di gestione dei dati dei pazienti. Il documento è richiesto dalla nuova normativa come strumento utile a dimostrare come il Titolare del trattamento si è attrezzato per proteggere i dati, e va consegnato al Garante in caso di ispezione.



[1]Si intendono trattamenti effettuati per “finalità di cura”, quelli essenziali per il raggiungimento di una o più finalità determinate ed esplicitamente connesse alla cura della salute.

Neonato deceduto a poche ore dalla nascita: risarcimento minimo per i genitori

No al risarcimento del danno da perdita parentale per i genitori di un neonato morto, sia per cause naturali che per colpa medica, a sole 29 ore dalla nascita. Ad impedirlo, la mancanza di utilità di uno spazio di vita brevissimo che avrebbe loro consentito di incassare il ristoro come eredi del bebè. Riconosciuto invece il danno soggettivo per i genitori, ma per una cifra prossima ai valori minimi previsti nelle tabelle del Tribunale di Milano.

Lo ha stabilito la Corte d’appello di Ancona con la sentenza n. 101 depositata il 24 gennaio 2019, confermando un orientamento ormai pacifico della Cassazione.

Il caso

I genitori di un neonato, deceduto a poche ore dalla nascita, chiamavano in giudizio l’ospedale ed i medici per accertare eventuali responsabilità degli stessi.

La CTU medico legale espletata nel corso del giudizio di primo grado aveva accertato che la morte del piccolo, avvenuta circa 29 ore dopo il parto, era stata causata, oltre che da eventi naturali, anche dalla inadeguata condotta tenuta dai sanitari dell’Ospedale, tra le 18/19 ore dopo la nascita. Il neonato era, infatti, deceduto per una insufficienza respiratoria che i medici dell’ospedale avevano cercato di alleviare con antibiotici ed una cannula, peraltro mal posizionata, anziché disporre l’immediato trasferimento presso una struttura munita di strumenti tali da ridurre il rischio mortale del 90 per cento.

Il Tribunaleaveva riconosciuto a ciascuno dei genitori il risarcimento del danno da sofferenza soggettiva iure proprioche, in base alle circostanze del caso concreto, aveva liquidato in complessivi euro 209.999 in favore della madre ed euro 193.530 al padre, prendendo a parametro di riferimento le tabelle milanesi del 2011.

Allo stesso tempo, però, aveva escluso il risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale in ragione della brevità della vita del piccolo, della mancanza obiettiva del tempo necessario per la consolidazione del rapporto effettivo.

I genitori impugnavano il provvedimento lamentando che il Tribunale aveva trascurato “che per ben nove mesi il piccolo è stato nel grembo della madre e nella mente del padre e che non va trascurato l’affetto che nasce non appena si ha notizia della gravidanza”.

Inoltre, l’importo liquidato a titolo di risarcimento dl danno soggettivo era comunque prossimo ai valori minimi della forbice fissata dalle tabelle milanesi.

La decisione della Corte d’Appello

La Corte d’Appello respinge il ricorso dei genitori, confermando sia la tipologia che l’entità del risarcimento loro spettante.

Sulla quantificazione del risarcimentoavevano, infatti, influito precisi indici orientativi: intensità del legame affettivo vittima-superstite (lieve per mancanza oggettiva del tempo necessario a consolidarlo), età della vittima (poche ore), età dei superstiti (genitori giovani), convivenza con la vittima (mai iniziata) e composizione del nucleo familiare (mancanza, all’epoca, di altri figli che avessero sofferto per la morte del fratellino).

Inoltre, non è possibile ottenere il risarcimento da perdita parentale(danno iure hereditatis) – richiesto dai genitori in veste di eredi - quando la morte sia immediatao segua entro un brevissimo lasso di tempo le lesioni, per l’assenza di un soggetto legittimato a far valere il credito risarcitorio.

Il principio non è nuovo, ma è stato espresso dalle Sezioni Unite della Cassazione (n. 15350/2015) laddove hanno affermato che “nel caso di morte immediata o che segua entro un brevissimo lasso di tempo alle lesioni, non può essere invocato un diritto al risarcimento del danno iure hereditatis, in mancanza di un soggetto che sia legittimato a far valere il credito risarcitorio: in tali situazioni la irrisarcibilità deriva non dalla natura personalissima del diritto leso, ma dalla assenza di un soggetto al quale, nel momento in cui si verifica, sia collegabile la perdita stessa e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito, ovvero dalla mancanza di utilità di uno spazio di vita brevissimo”.

Ecco perché i giudici di Ancona – pur accertando la responsabilità medica per il decesso e riconoscendo ai genitori il risarcimento del danno soggettivo (190mila euro alla madre e 175mila euro al padre) – hanno invece negato il ristoro da morte del congiunto. In altre parole, lo «spazio di vita brevissimo» del figlio non era tale da fondare una pretesa risarcitoria in capo alla vittima trasmissibile ai genitori-eredi.

Effetti collaterali del farmaco: il bugiardino aggiornato e puntuale salva la casa farmaceutica

Le case farmaceutiche non sono tenute a risarcire il paziente per i danni collaterali prodotti dal farmaco se hanno adeguatamente – e con informazioni aggiornate – segnalato la possibilità dell’effetto indesiderato nel bugiardino.

Lo ha precisato la Corte di Cassazione con la sentenza n. 6587 depositata il 7 marzo 2019.

Il caso

Un uomo, dopo l’assunzione di un antibiotico prescritto per una banale ferita lacero-contusa alla mano destra, aveva sviluppato la rarissima Sindrome di Lyell, una necrosi della pelle.

Il paziente adiva il Tribunale per chiedere un risarcimento dei danni nei confronti del produttore e del distributore del farmaco.

Il Giudice di primo grado aveva respinto la richiesta di risarcimento, ritenendo che nel “bugiardino” del medicinale erano indicati i possibili effetti collaterali dello stesso, tra cui anche la sindrome di Lyell. Trattandosi, pertanto, di effetti indesiderati noti e peraltro estremamente rari- circostanze che non avrebbero impedito la distribuzione del farmaco stesso – si doveva ritenere esclusa la responsabilità delle case farmaceutiche.

La Corte d’Appello aveva, però, ribaltato il verdetto, condannando i colossi industriali a risarcire 220mila euro all’uomo. Secondo i Giudici di appello, la circostanza che gli effetti indesiderati, riscontrabili con una percentuale di uno su un milione di casi, fossero segnalati nel foglietto illustrativo, non costituiva prova liberatoria, «essendo ignote le cause dello scatenarsi della sindrome». Soltanto la segnalazione delle cause, infatti, avrebbe messo il paziente in condizioni di valutare il rischio dell’assunzione del prodotto.

Le cause farmaceutiche proponevano, così, ricorso in Cassazione.

La decisione della Cassazione

I Giudici della Cassazione, con la sentenza n. 6587/19, hanno accolto il ricorso, annullando il risarcimento disposto nei confronti del paziente.

La Corte afferma che i danni collaterali prodotti dal farmaco non sono imputabili ai soggetti coinvolti se hanno adeguatamente – e con informazioni aggiornate - segnalato la possibilità dell’effetto indesiderato nelle indicazioni di accompagnamento al farmaco.

Ai fini della sussistenza della prova liberatoria per le cause farmaceutiche, è necessario valutare da un lato, la rigorosa osservanza di tutte le sperimentazioni e protocolli previsti dalla legge prima della produzione e della commercializzazione del farmaco. Dall’altro, l’adeguatezza della segnalazione dell’effetto indesiderato, “dovendosi solo per completezza precisare che non una qualunque informativa circa i possibili effetti collaterali del farmaco possa scriminare la responsabilità dell’esercente, essendo invece necessario che l’impresa farmaceutica svolga una costante opera di monitoraggio e di adeguamento delle informazioni commerciali e terapeutiche, allo stato di avanzamento della ricerca, al fine di eliminare o almeno ridurre il rischio di effetti collaterali dannosi e di rendere edotti nella maniera più completa ed esaustiva possibile i potenziali consumatori”.

In sostanza, se nel bugiardino è indicato in maniera adeguata l’effetto collaterale, e soprattutto se lo stesso è costantemente aggiornato, il paziente non avrà diritto ad alcun risarcimento del danno, essendosi assunto il rischio dell’evento.

Valvola difettosa: a risarcire è la struttura sanitaria e -anche- l’intera equipe medica

Nel caso di impianto di protesi difettosa (nella specie una valvola cardiaca), sono responsabili non solo il primario e l’azienda ospedaliera, ma tutta l’equipe medica che ha seguito l’intervento, dal pre al post-operatorio.

Lo ha precisato la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 31966 dell’11 dicembre 2018, allargando così l’area delle responsabilità dei componenti del team sanitario alle fasi antecedenti l’esecuzione dell’intervento (peraltro nella specie tecnicamente corretto), facendovi rientrare anche le scelte relative ai prodotti da utilizzare.

 

Il caso

Una paziente era sottoposta ad un intervento di sostituzione di due valvole, quella mitralica e quella aortica, impiantate da una equipe chirurgica, al quale seguirono numerosi accertamenti, ricoveri, altri tre interventi chirurgici, alcune complicanze ed un lungo periodo di riabilitazione.

La donna, ritenuto che le complicanze fossero dovute ad un errore medico, conveniva in giudizio l’azienda ospedaliera ed i medici che avevano eseguito l’operazione per ottenere il risarcimento del danno biologico, morale ed esistenziale, nonché delle spese mediche sostenute.

La Corte d’Appello accoglieva solo parzialmente il ricorso, condannando la struttura ospedaliera e uno solo dei medici al pagamento di una parte della somma richiesta.

Gli eredi della paziente, nel frattempo deceduta, proponevano ricorso in Cassazione.

 

La decisione della Cassazione

I Giudici della Cassazione, con l’ordinanza n. 31966/18, hanno accolto il ricorso, affermando che, se la protesi è difettosa ne rispondono, oltre alla struttura ospedaliera, tutti i medici che compongono l’equipe e non soltanto il primario che ha deciso l’impianto e scelto il dispositivo.

Il medico, come componente dell’equipe, «era tenuto ad un obbligo di diligenza concernente non solo le specifiche mansioni a lui affidate, ma anche il controllo sull’operato e sugli errori altrui, in quanto tali rilevabili con l’ausilio delle comuni conoscenze del professionista medio». Infatti, dal professionista che faccia parte, sia pure in posizione di minor rilievo, di una equipe si pretende in ogni caso una partecipazione all’intervento chirurgico non da mero spettatore ma consapevole e informata, in modo che egli possa dare il suo apporto professionale non solo in relazione alla materiale esecuzione dell’operazione, ma anche in riferimento al rispetto delle regole di diligenza e prudenza ed alla adozione delle particolari precauzioni imposte dalla condizione specifica del paziente che si sta per operare.

Affinché l’equipe ottenga l’esclusione della propria responsabilità, dovrà dimostrare che non aveva consapevolezza della provenienza e della irregolarità dell’acquisto delle valvole e di avere adempiuto esattamente alla propria obbligazione (avere adottato tutti gli accorgimenti necessari ad accertare che fosse il prodotto più adatto da impiantare oppure che era impossibile apprezzare, in sede di esecuzione chirurgica, la presenza di alterazioni valvolari).

Ogni componente dell’equipe, in sostanza, è tenuto ad un obbligo di diligenza concernente non solo le specifiche mansioni a lui affidate, ma anche il controllo sull’operato e sugli errori altrui, se rilevabili con l’ausilio delle comuni conoscenze del professionista medio.

Intervento “salvavita”: risarcimento limitato alla dimostrazione che, se informato, il paziente avrebbe rifiutato.

In caso di intervento “salvavita”, il paziente che riporta una lesione permanente, come conseguenza prevedibile dell’atto, non ha diritto al risarcimento del danno a meno che non dimostri che, se informato dei risvolti, avrebbe rifiutato l’operazione.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 31234 del 4 dicembre 2018, ha accolto il ricorso di una casa di cura che era stata condannata, nei gradi precedenti, al pagamento di un risarcimento pari a 244 mila euro.

 

Il caso

Nel caso di specie, un paziente affetto da un cancro alla gola si era rivolto ai giudici perché nel corso di un terzo intervento, eseguito d’urgenza, aveva perso la capacità di parlare come conseguenza dell’asportazione della laringe. Un “risvolto” prevedibile per i medici, ma non per il malato.

La Corte d’Appello, in riforma della sentenza del Tribunale, aveva riconosciuto la responsabilità dei sanitari, prevendendo così un risarcimento del danno, oltre che per l’invalidità temporanea e permanente accertata, anche per il danno non patrimoniale. Infatti, secondo la Corte, l’intervento, pur eseguito correttamente, doveva essere equiparato ad un’errata esecuzione della prestazione, perché risultava provato che il paziente, se informato, non avrebbe accettato esiti così “traumatici”.

 

La decisione della Cassazione

I Giudici della Cassazione, con la sentenza n. 31234/18, ribaltano il verdetto, dettando interessanti principi che circoscrivono le ipotesi risarcibili se manca un adeguato consenso informato.

Perno della decisione è l’importanza del diritto ad una corretta informazione. La violazione del diritto fondamentale all’autodeterminazione è rilevante per il risarcimento, a prescindere dalla lesione incolpevole della salute del paziente. Tale diritto, infatti, distinto da quello alla salute, rappresenta una doverosa forma di rispetto per la libertà dell’individuo che deve conoscere le prevedibili conseguenze del trattamento medico-sanitario, il possibile verificarsi di un aggravamento delle condizioni di salute e le eventuali sofferenze fisiche e psicologiche del percorso post-operatorio.

Ad una corretta e compiuta informazione consegue, infatti, il diritto del paziente di scegliere tra le diverse opzioni di trattamento, la facoltà di acquisire altri pareri e di rivolgersi ad altro sanitario e/o altra struttura, il diritto di rifiutare l’intervento o la terapia e decidere di interromperla, nonché la decisione di restare nella situazione patologica, preferibile alle conseguenze dell’intervento.

Alla luce di queste considerazioni la Cassazione cita le circostanze in cui, in assenza di un valido consenso informato, c’è il riconoscimento di un danno.

Nel caso dell’intervento errato, per colpa del medico, che il paziente avrebbe comunque accettato, il danno è limitato alla salute, compreso l’aspetto morale relazionale.

Danno esteso anche alla lesione del diritto all’autodeterminazione se l’errore commesso dal medico riguarda un intervento che sarebbe stato rifiutato.

L’ipotesi esaminata nel caso oggetto della pronuncia rientra, invece, nell’ambito dell’intervento eseguito correttamente che il paziente avrebbe rifiutato se edotto sui “risvolti”. Circostanza in cui la lesione del diritto all’autodeterminazione è risarcibile solo se, il paziente ha subìto le inaspettate conseguenze senza essere pronto ad accettarle.

L’incolpevole lesione – prevedibile e non comunicata – era esito di un’operazione eseguita secondo “le regole dell’arte”. Per il risarcimento alla salute, il paziente avrebbe dovuto dunque provare, anche con presunzioni, che se informato a dovere, avrebbe rifiutato l’intervento “salvavita”.

Omicidio colposo per il pediatra poco scrupoloso

Non è applicabile l’esimente della colpa lieve al pediatra che rinvia la visita domiciliare e che, quando la effettua, non riconosce la presenza di una violenta infezione in atto ed omette di indirizzare la famiglia del bambino al pronto soccorso.

Corretta, dunque, la condanna del medico per omicidio colposo.

Lo ha precisato la Corte di Cassazione con la sentenza n. 3206 del 23 gennaio 2019

 

Il caso

Un medico chirurgo, specialista in pediatria, veniva sottoposto a processo penale per omicidio colposo. Allo stesso era contestato di aver cagionato – con il suo comportamento negligente – la morte di un bimbo di 17 mesi, a seguito di una polmonite in atto non diagnosticata in tempo.

In sintesi, il pediatra avrebbe omesso di visitare il bambino nonostante continuasse ad avere da giorni febbre elevata, come comunicato telefonicamente dalla madre, limitandosi a prescrivere un semplice antipiretico. Successivamente, effettuando la visita il giorno successivo, non si accorgeva che il piccolo paziente presentasse tutti i sintomi di una polmonite, evidenziando una semplice influenza. Questo perché non effettuava una accurata visita del bambino riscontrandone i parametri vitali, visita che avrebbe senz’altro fatto emergere il complicato quadro clinico del paziente.

Il medico condannato per omicidio colposo – nei due gradi di merito – proponeva ricorso in Cassazione, sostenendo che la sua condotta, a fronte del difficile quadro diagnostico, non avrebbe dovuto essere ritenuta punibile ai sensi dell’allora vigente art. 3 della Legge n. 189/2012 in tema di colpa lieve (c.d. legge Balduzzi).

 

La decisione della Cassazione

I Giudici della Cassazione, con la sentenza n. 3206/19, hanno confermato la condanna a carico del pediatra.

Il medico avrebbe tenuto un comportamento ingiustificatamente “attendista” e di generale sottovalutazione del quadro clinico del bambino, anziché un approccio ben diverso che doveva consistere in una immediata visita del paziente e nel successivo tempestivo indirizzamento al pronto soccorso, atteso il rilevante peggioramento del suo stato di salute. Il pediatra non solo non aveva rilevato dall’auscultazione i sintomi della sepsi fulminante (cioè i rumori polmonari e la comparsa di un esantema tipico delle infezioni in atto, come la polmonite che aveva colpito il piccolo), ma non aveva neppure approfondito il quadro rilevando altri indicatori, quali le frequenze cardiaca e respiratoria o la pressione arteriosa.

Una condotta di quel tipo, secondo la Cassazione, deve ritenersi non conforme ad un comportamento medico appropriato, fino al punto di qualificarsi in termini di colpa grave, non rientrante nella esimente prevista dalla legge Balduzzi.

 

Consenso informato ad ampio spettro per l’intervento chirurgico rischioso

Il paziente che si sottopone a intervento chirurgico deve essere sempre messo al corrente dei possibili rischi derivanti dall’operazione, anche se sono minimi. A chiarirlo è la Cassazione con l’ordinanza n. 30852 del 29 novembre 2018.

 

Il caso

Un paziente si sottopone ad intervento chirurgico di revisione di una protesi all’anca, a seguito del quale decede per tromboembolia polmonare massiva. Tale complicazione rientrava tra le possibili cause di morte; per questo motivo era necessario informare il paziente sui rischi reali che avrebbe potuto correre e, dunque, chiedere se intendesse procedere o meno all’intervento.

L’erede del defunto si rivolgeva, così, al Tribunale per ottenere un risarcimento dei danni subiti per il decesso del padre.

Il procedimento giungeva innanzi la Corte di Cassazione, per ben due volte.

In prima battuta, la Suprema Corte, cassando la sentenza d’appello, aveva già accolto il ricorso presentato dall’attore in relazione alla violazione del diritto del paziente al consenso informato. La causa era quindi stata rinviata al Giudice di secondo grado per la valutazione dell’entità del risarcimento.

A seguito di riassunzione del giudizio, tuttavia, la Corte d’Appello aveva respinto tutte le domande dell’erede. Secondo il Collegio l’uomo non aveva provato l’esistenza e l’entità di un danno riferibile alla violazione del diritto di autodeterminazione per carenza di consenso informato. Neppure in base ad un ragionamento presuntivo. Egli si era limitato a semplici asserzioni, sia circa la possibile rilevazione di un trombo sia circa la possibile richiesta di esami preventivi.

Pertanto, in assenza di prova contraria, doveva ritenersi che l’intervento fosse necessario. Inoltre, doveva ragionevolmente presumersi che il paziente si sarebbe comunque deciso ad affrontare l’operazione.

A fronte di tal pronuncia la parte soccombente si era nuovamente rivolta alla Cassazione.

 

La decisione della Cassazione

I Giudici della Cassazione, con l’ordinanza n. 30852/18, hanno nuovamente accolto il ricorso dell’erede del defunto, chiarendo che il paziente che si sottopone ad un intervento deve essere sempre informato sui possibili rischi, anche quando questi siano di poco conto o possano verificarsi in percentuali molto basse.

Peraltro, la Corte di Appello, non avendo riconosciuto la responsabilità del medico e della struttura sanitaria, non si era neppure pronunciata sull’entità del risarcimento. Conseguentemente, la causa è stata nuovamente rimessa alla Corte d’appello che dovrà ora decidere l’ammontare del risarcimento da corrispondere, secondo le linee guida della Cassazione.

Legge Gelli, Lauri (Osservatorio Sanità): rischio costi più alti per i pazienti

 La formulazione dell’articolo 8 lascia immaginare una probabile sovrapposizione tra procedimenti ex art. 696 bis e 702 bis del codice di procedura civile

Osservatorio Sanità, associazione tutela vittime di errori mediciUna delle principali novità introdotte dalla Legge Gelli in materia di responsabilità professionale degli esercenti la professione sanitaria, è rappresentata dall’articolo 8, che sancisce l’obbligatorietà del tentativo di conciliazione per chi intenda esercitare un’azione innanzi al giudice civile relativa a una controversia di risarcimento del danno derivante da responsabilità sanitaria.

Nello specifico, il testo sancisce l’obbligatorietà per tutte le parti di partecipare alla consulenza tecnica preventiva e la massima durata del procedimento di 6 mesi, al termine dei quali e non oltre i 3 mesi successivi, si passerà alla procedura ex 702 bis del codice di procedura civile.

Tale disciplina, tuttavia, pone degli interrogativi in relazione sia alla tempistica prevista per la chiusura della conciliazione, sia in ordine al rischio di una duplicazione di consulenze e, conseguentemente, di costi a carico del cittadino ricorrente.

La pensa così l’Avv. Francesco Lauri, Presidente di Osservatorio Sanità, che pur ritenendo condivisibile l’intento della legge Gelli di ridurre il contenzioso medico legale, ravvisa nella nuova normativa un’ennesima barriera tra chi fa le leggi e chi si trova a doverle applicare.

“La maggior parte degli errori medici – afferma  a Responsabile Civile Lauri – sono complessi e sistemici, nel senso che non è possibile individuare un solo colpevole. Ben venga quindi il tentativo di limitare la responsabilità in capo al singolo camice bianco, allargando quella in capo alla struttura sanitaria. Ben venga anche l’ulteriore limitazione all’azione penale , anche se i dati dimostrano come sia già estremamente difficile da questo punto di vista giungere alla condanna del medico”.

“Ciò che trovo complesso e assurdo – continua il Presidente di Osservatorio Sanità – è la limitazione al termine di sei mesi della procedura di conciliazione, quando, prendendo come esempio un caso di presunta malpractice legata a un parto, il consulente tecnico d’ufficio deve esaminare una mole tale di documentazione (cartelle cliniche, tracciati, ecc.) da rendere utopico il rispetto della scadenza prevista dal legislatore”.

“Ma la cosa ancor più assurda – aggiunge Lauri – è che in caso di scadenza del termine previsto, il testo della legge sembrerebbe rendere obblgatorio a quel punto il ricorso alla procedura ex 702 bis, con un aggravio di costi a carico del paziente, il quale si troverà a pagare  due contributi unificati e, con tutta probabilità, due consulenze tecniche d’ufficio. Temo che l’unica strada per correggere tale situazione sia la giurisprudenza; ancora una volta, quindi, dipenderemo dalle sentenze della Corte di Cassazione.  Lo scenario più probabile, intanto, è che molti preferiranno il tentativo di mediazione, anche se data l’elevata probabilità di fallimento di tale opzione – che riscontro anche nella mia personale esperienza – si tratterebbe più che altro di una mera formalità per bypassare la conciliazione e passare poi all’atto ordinario”.

 

fonte: http://www.responsabilecivile.it/legge-gelli-lauri-osservatorio-sanita-rischio-costi-piu-alti-per-i-pazienti-in-sede-civile/

Intervista all’Avv. Lauri, Osservatorio Sanità, in merito alla nuova legge sulla responsabilità sanitaria

La nuova legge sulla responsabilità sanitaria dal punto di vista dei medici e dal diverso punto di vista delle associazioni a tutela dei pazienti. Intervista all’Avv. Francesco Lauri, presidente di Osservatorio Sanità. 

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fonte: http://www.tgcom24.mediaset.it/2017/video/errori-medici-via-libera-alla-legge-risarcimenti-piu-veloci_3014993.shtml