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Omicidio colposo per il pediatra poco scrupoloso

Non è applicabile l’esimente della colpa lieve al pediatra che rinvia la visita domiciliare e che, quando la effettua, non riconosce la presenza di una violenta infezione in atto ed omette di indirizzare la famiglia del bambino al pronto soccorso.

Corretta, dunque, la condanna del medico per omicidio colposo.

Lo ha precisato la Corte di Cassazione con la sentenza n. 3206 del 23 gennaio 2019

 

Il caso

Un medico chirurgo, specialista in pediatria, veniva sottoposto a processo penale per omicidio colposo. Allo stesso era contestato di aver cagionato – con il suo comportamento negligente – la morte di un bimbo di 17 mesi, a seguito di una polmonite in atto non diagnosticata in tempo.

In sintesi, il pediatra avrebbe omesso di visitare il bambino nonostante continuasse ad avere da giorni febbre elevata, come comunicato telefonicamente dalla madre, limitandosi a prescrivere un semplice antipiretico. Successivamente, effettuando la visita il giorno successivo, non si accorgeva che il piccolo paziente presentasse tutti i sintomi di una polmonite, evidenziando una semplice influenza. Questo perché non effettuava una accurata visita del bambino riscontrandone i parametri vitali, visita che avrebbe senz’altro fatto emergere il complicato quadro clinico del paziente.

Il medico condannato per omicidio colposo – nei due gradi di merito – proponeva ricorso in Cassazione, sostenendo che la sua condotta, a fronte del difficile quadro diagnostico, non avrebbe dovuto essere ritenuta punibile ai sensi dell’allora vigente art. 3 della Legge n. 189/2012 in tema di colpa lieve (c.d. legge Balduzzi).

 

La decisione della Cassazione

I Giudici della Cassazione, con la sentenza n. 3206/19, hanno confermato la condanna a carico del pediatra.

Il medico avrebbe tenuto un comportamento ingiustificatamente “attendista” e di generale sottovalutazione del quadro clinico del bambino, anziché un approccio ben diverso che doveva consistere in una immediata visita del paziente e nel successivo tempestivo indirizzamento al pronto soccorso, atteso il rilevante peggioramento del suo stato di salute. Il pediatra non solo non aveva rilevato dall’auscultazione i sintomi della sepsi fulminante (cioè i rumori polmonari e la comparsa di un esantema tipico delle infezioni in atto, come la polmonite che aveva colpito il piccolo), ma non aveva neppure approfondito il quadro rilevando altri indicatori, quali le frequenze cardiaca e respiratoria o la pressione arteriosa.

Una condotta di quel tipo, secondo la Cassazione, deve ritenersi non conforme ad un comportamento medico appropriato, fino al punto di qualificarsi in termini di colpa grave, non rientrante nella esimente prevista dalla legge Balduzzi.

 

Consenso informato ad ampio spettro per l’intervento chirurgico rischioso

Il paziente che si sottopone a intervento chirurgico deve essere sempre messo al corrente dei possibili rischi derivanti dall’operazione, anche se sono minimi. A chiarirlo è la Cassazione con l’ordinanza n. 30852 del 29 novembre 2018.

 

Il caso

Un paziente si sottopone ad intervento chirurgico di revisione di una protesi all’anca, a seguito del quale decede per tromboembolia polmonare massiva. Tale complicazione rientrava tra le possibili cause di morte; per questo motivo era necessario informare il paziente sui rischi reali che avrebbe potuto correre e, dunque, chiedere se intendesse procedere o meno all’intervento.

L’erede del defunto si rivolgeva, così, al Tribunale per ottenere un risarcimento dei danni subiti per il decesso del padre.

Il procedimento giungeva innanzi la Corte di Cassazione, per ben due volte.

In prima battuta, la Suprema Corte, cassando la sentenza d’appello, aveva già accolto il ricorso presentato dall’attore in relazione alla violazione del diritto del paziente al consenso informato. La causa era quindi stata rinviata al Giudice di secondo grado per la valutazione dell’entità del risarcimento.

A seguito di riassunzione del giudizio, tuttavia, la Corte d’Appello aveva respinto tutte le domande dell’erede. Secondo il Collegio l’uomo non aveva provato l’esistenza e l’entità di un danno riferibile alla violazione del diritto di autodeterminazione per carenza di consenso informato. Neppure in base ad un ragionamento presuntivo. Egli si era limitato a semplici asserzioni, sia circa la possibile rilevazione di un trombo sia circa la possibile richiesta di esami preventivi.

Pertanto, in assenza di prova contraria, doveva ritenersi che l’intervento fosse necessario. Inoltre, doveva ragionevolmente presumersi che il paziente si sarebbe comunque deciso ad affrontare l’operazione.

A fronte di tal pronuncia la parte soccombente si era nuovamente rivolta alla Cassazione.

 

La decisione della Cassazione

I Giudici della Cassazione, con l’ordinanza n. 30852/18, hanno nuovamente accolto il ricorso dell’erede del defunto, chiarendo che il paziente che si sottopone ad un intervento deve essere sempre informato sui possibili rischi, anche quando questi siano di poco conto o possano verificarsi in percentuali molto basse.

Peraltro, la Corte di Appello, non avendo riconosciuto la responsabilità del medico e della struttura sanitaria, non si era neppure pronunciata sull’entità del risarcimento. Conseguentemente, la causa è stata nuovamente rimessa alla Corte d’appello che dovrà ora decidere l’ammontare del risarcimento da corrispondere, secondo le linee guida della Cassazione.

Legge Gelli, Lauri (Osservatorio Sanità): rischio costi più alti per i pazienti

 La formulazione dell’articolo 8 lascia immaginare una probabile sovrapposizione tra procedimenti ex art. 696 bis e 702 bis del codice di procedura civile

Osservatorio Sanità, associazione tutela vittime di errori mediciUna delle principali novità introdotte dalla Legge Gelli in materia di responsabilità professionale degli esercenti la professione sanitaria, è rappresentata dall’articolo 8, che sancisce l’obbligatorietà del tentativo di conciliazione per chi intenda esercitare un’azione innanzi al giudice civile relativa a una controversia di risarcimento del danno derivante da responsabilità sanitaria.

Nello specifico, il testo sancisce l’obbligatorietà per tutte le parti di partecipare alla consulenza tecnica preventiva e la massima durata del procedimento di 6 mesi, al termine dei quali e non oltre i 3 mesi successivi, si passerà alla procedura ex 702 bis del codice di procedura civile.

Tale disciplina, tuttavia, pone degli interrogativi in relazione sia alla tempistica prevista per la chiusura della conciliazione, sia in ordine al rischio di una duplicazione di consulenze e, conseguentemente, di costi a carico del cittadino ricorrente.

La pensa così l’Avv. Francesco Lauri, Presidente di Osservatorio Sanità, che pur ritenendo condivisibile l’intento della legge Gelli di ridurre il contenzioso medico legale, ravvisa nella nuova normativa un’ennesima barriera tra chi fa le leggi e chi si trova a doverle applicare.

“La maggior parte degli errori medici – afferma  a Responsabile Civile Lauri – sono complessi e sistemici, nel senso che non è possibile individuare un solo colpevole. Ben venga quindi il tentativo di limitare la responsabilità in capo al singolo camice bianco, allargando quella in capo alla struttura sanitaria. Ben venga anche l’ulteriore limitazione all’azione penale , anche se i dati dimostrano come sia già estremamente difficile da questo punto di vista giungere alla condanna del medico”.

“Ciò che trovo complesso e assurdo – continua il Presidente di Osservatorio Sanità – è la limitazione al termine di sei mesi della procedura di conciliazione, quando, prendendo come esempio un caso di presunta malpractice legata a un parto, il consulente tecnico d’ufficio deve esaminare una mole tale di documentazione (cartelle cliniche, tracciati, ecc.) da rendere utopico il rispetto della scadenza prevista dal legislatore”.

“Ma la cosa ancor più assurda – aggiunge Lauri – è che in caso di scadenza del termine previsto, il testo della legge sembrerebbe rendere obblgatorio a quel punto il ricorso alla procedura ex 702 bis, con un aggravio di costi a carico del paziente, il quale si troverà a pagare  due contributi unificati e, con tutta probabilità, due consulenze tecniche d’ufficio. Temo che l’unica strada per correggere tale situazione sia la giurisprudenza; ancora una volta, quindi, dipenderemo dalle sentenze della Corte di Cassazione.  Lo scenario più probabile, intanto, è che molti preferiranno il tentativo di mediazione, anche se data l’elevata probabilità di fallimento di tale opzione – che riscontro anche nella mia personale esperienza – si tratterebbe più che altro di una mera formalità per bypassare la conciliazione e passare poi all’atto ordinario”.

 

fonte: http://www.responsabilecivile.it/legge-gelli-lauri-osservatorio-sanita-rischio-costi-piu-alti-per-i-pazienti-in-sede-civile/

Intervista all’Avv. Lauri, Osservatorio Sanità, in merito alla nuova legge sulla responsabilità sanitaria

La nuova legge sulla responsabilità sanitaria dal punto di vista dei medici e dal diverso punto di vista delle associazioni a tutela dei pazienti. Intervista all’Avv. Francesco Lauri, presidente di Osservatorio Sanità. 

Clicca qui per vedere il video

fonte: http://www.tgcom24.mediaset.it/2017/video/errori-medici-via-libera-alla-legge-risarcimenti-piu-veloci_3014993.shtml

Responsabilità professionale. Chi ha fatto la legge conosce poco i tribunali italiani

Avvocato Francesco Lauri

 

Devo tornare con amarezza sull’art. 8 del testo sulla responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie, licenziato al Senato, la cui disamina pone seri interrogativi sulla ricercata deflattività del contenzioso cittadino/medico, e sulla (inesistente) conoscenza delle realtà processuali nei Tribunali italiani da parte del legislatore.

Riassumendo, l’articolo 8 del DDL 2444 prevede che il cittadino intenzionato ad ottenere il ristoro dei danni subiti da presunti errori medici, debba preventivamente depositare un ricorso ex art 696 bis (consulenza preventiva a fini conciliativi) e solo dopo la sua conclusione, o il decorso infruttuoso del termine perentorio di sei mesi dal suo deposito, potrà iniziare un’azione ordinaria ancorchè a cognizione sommaria ex art 702bis cpc.

Tradotto nella pratica quotidiana, ciò significa che, a fronte di un ricorso presentato da Tizio nei confronti di Caio per eventuali condotte negligenti da cui sarebbero derivati danni fisici e patrimoniali, il Tribunale adito dovrà consentire l’instaurazione del contraddittorio – da estendersi ad eventuali altri soggetti chiamati in causa da Caio – nel rispetto di un utile termine di difesa, e far espletare la CTU entro sei mesi.

Ora, chiunque, e dico chiunque, si confronti quotidianamente nell’agone dei Tribunali italiani sa che nella migliore delle ipotesi un ricorso ex art 696 bis non potrà mai concludersi prima di un anno, considerato che la sola CTU, tra disamina del caso, invio dell’elaborato, note critiche e repliche del consulente, richiede un termine non inferiore a 120 giorni (quattro mesi). Pensare che le altre formalità (designazione del giudice, fissazione dell’udienza, comunicazione alle parti ed assegnazione di vari termini a comparire) possano venir espletate nei residui 60 giorni (due mesi) è esercizio che solo una testa sgombra da preoccupazioni pratiche e giuridiche poteva compiere.

Per tacere poi della vera problematica sottesa ad una previsione normativa così utopica: cosa succede se il procedimento ex art 696 bis non si conclude entro i sei mesi e la parte ricorrente non presenta ricorso ex art 702 bis cpc entro novanta giorni? Letta così la norma, sembrerebbe che il termine perentorio di sei mesi comporti la decadenza dell’azione risarcitoria ove non intrapresa mediante rito a cognizione sommaria nei 90 giorni successivi, il che imporrà al cittadino, di spendere il doppio rispetto ad oggi, versando DUE contributi unificati ed i previsti diritti di cancelleria, sostenendo il doppio delle spese di notifica per due procedimenti che, invece di essere pregiudiziali l’uno per l’altro, finiranno per sovrapporsi aumentando il contenzioso, invece di ridurlo, e rendendo più complessa e articolata, la sua gestione.

A questo punto, non resta che rassegnarsi ad un riforma raccogliticcia ed unicamente studiata per salvaguardare la classe medica – per carità, sovente bersaglio di azioni giudiziarie infondate e dunque meritevole di tutela – a totale detrimento del cittadino/danneggiato che resta l’agnello da sacrificare sull’altare di una legge tanto brutta quanto inapplicabile sotto il profilo giuscivilistico.

 

fonte: http://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=46822

Responsabilità medica: Il Ddl Gelli e quei numeri a vanvera

Avvocato Francesco LauriSono un loggionista del ddl sulla responsabilità medica, ed in quanto tale non posso omettere di fischiare esibizioni stonate come l’ultimo intervento di Gelli riportato sulle pagine di Quotidiano Sanità pochi giorni or sono.

Intendiamoci: dal mio osservatorio permanente sul sistema giudiziario in slow motion – che non fa distinzioni tra un bimbo cerebroleso a causa di ritardato cesareo ed una causa tra due società amministrate da prestanomi – una legge volta ad abbreviare i termini per l’accertamento delle responsabilità in ambito sanitario, non potrebbe che vedermi entusiasta.

Ho aderito immediatamente, esortando e litigando con colleghi e medici recalcitranti, la petizione di QS sulla rapida approvazione del disegno di legge, giacché indispensabile.
Ma leggere che “con questa legge sarà possibile risparmiare 13 miliardi di euro di esami inutili e 300 mila contenziosi legali e dare tempi certi e rapidi per l’indennizzo ai cittadini danneggiati”, frase che Gelli avrebbe pronunciato alla Leopolda, mi fa cadere le braccia.

Scott Adams, autore di un famoso fumetto anni ’80 faceva dire al protagonista “ 63 statistiche su 100 sono inventate, compresa questa”. 

Ecco, il ricorso a dati statistici incontrollabili – ed a proclami roboanti in genere -  è esattamente ciò di cui, in questo momento, possiamo fare a meno: innervosisce il confronto ed attenua le speranze.
Il disegno di legge così concepito – responsabilità limitata/annullata del singolo medico e valutazione delle responsabilità deferite ai CTU con l’introduzione del procedimento ex art 696 bis obbligatorio – è marchiato da limiti oggettivi che il legislatore non ha voluto o saputo superare.

Pensare che un medico escluso dal contenzioso possa far risparmiare allo stato miliardi di euro – giacché più oculato nel prescrivere indagini diagnostiche – e che un consulente possa dirimere con una stretta di mano contenziosi tecnicamente complessi e dalle conseguenze economiche imponenti è un solipsismo destinato all’insuccesso.

Al di là della difficile distinzione tra un atto di medicina difensiva ed uno di medicina salvifica nel quadro della medicina consapevole (e vorrei che Gelli mi illustrasse gli esami inutili che hanno determinato un buco di 13 miliardiI), dal mio punto di vista la vera questione appena lambita dal ddl  è quella del CTU che, nell’ambito del procedimento ex art 696 bis cpc, fungerebbe da tecnico/concliatore.

Ricordiamo come a mente dell’art. 8 del ddl 2224  – più o meno al netto delle modifiche in commissione XII Senato – “Chi intende esercitare in giudizio un’azione relativa a una controversia di risarcimento del danno derivante da responsabilità sanitaria è tenuto preliminarmente a proporre ricorso ai sensi dell’articolo 696-bis del codice di procedura civile dinanzi al giudice competente.”.

Il procedimento in esame affida al CTU il compito di valutare l’an ed il quantum di qualsiasi contenzioso collegato a questioni mediche obbligandolo ad esperire poi un tentativo di conciliazione.

A mio modo di vedere, non coinvolgere obbligatoriamente in un procedimento, potenzialmente straordinario sotto il profilo deflattivo, avvocati, consulenti e liquidatori con ampia facoltà di transigere, lasciando invece ai medici un compito conciliativo per loro innaturale, rischia di duplicare il contenzioso, giacchè per ogni 696 bis fallito ci sarà un nuovo ricorso giudiziale volto ad ottenere, come nel passato, una pronuncia giudiziale.

Se non si mette mano seriamente – novellandolo -  al procedimento ex art 696 bis il cittadino non sarà mai veramente tutelato, ed i 300 mila contenziosi legali diverranno 642 mila.
Numeri buttati la. Da fumetto, appunto.

fonte: http://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=46327

Responsabilità professionale. Problemi risolti solo sulla carta?

Avvocato Francesco Lauri

 

Sono, e non potrei non essere, soddisfatto dall’intento principale della futura legge, ossia quello di garantire al singolo operatore sanitario maggiore serenità nell’espletamento della propria attività, mediante l’applicazione di una disciplina che demandi al rispetto delle linee guida (o delle “buone pratiche clinico-assistenziali”) il criterio di accertamento delle responsabilità. Il punto è che, more solito, ci troviamo di fronte all’ennesimo tentativo di risolvere i problemi “sulla carta”, senza preoccuparsi di ciò che accade, quotidianamente nella realtà dei Tribunali italiani. Tralasciando il fatto che Il concetto di “buone pratiche clinico-assistenziali” è talmente vago da richiedere uno sforzo interpretativo che si sarebbe potuto evitare – visto che da lustri si attende una legge che, per l’appunto, avrebbe dovuto superare le differenze di vedute giurisprudenziali -, l’aspetto che maggiormente mi preoccupa è quello di natura processuale introdotto dall’art 8 relativo al tentativo obbligatorio di conciliazione. Fermo restando il plauso per la decisione di eliminare lo strumento più inutile del secolo in materia di contenzioso cittadino/medico (la mediazione), da anni vado ripetendo che il procedimento ex art 696bis cpc – consulenza preventiva ai fini conciliativi – è una magnifica occasione mancata. Chiunque si occupi di responsabilità professionale medica, sa quanto dirimente sia la CTU nel quadro di un contenzioso incentrato sull’accertamento del nesso causale tra condotta e danno conseguenza.

 

Direi che l’80% dei procedimenti aventi ad oggetto l’asserita responsabilità del medico, si definisce, infatti, sulla scorta di una consulenza che ne accerti la sussistenza. Ma vi è un altro 20% che necessita di un’istruttoria più ampia.

Penso al caso tutt’altro che infrequente di “culpa in vigilando”: un paziente psichiatrico lasciato a se stesso che si getta da una finestra, ad esempio. Come poter accertare la responsabilità di una struttura senza valutare, per lo più tramite testimoni, la correttezza della condotta degli operatori?

Il ctu potrà dire “la morte è dipesa dall’impatto del corpo al suolo”, ma non potrà valutare – se non opportunamente investito di poteri istruttori – se l’infermiere x o il medico Y fossero o meno vigili.

L’esperienza insegna, come di fronte ad una CTU che accerti il nesso tralasciando altri aspetti altrettanto importanti – come la condotta del medico e/o del danneggiato – le possibilità che una struttura sanitaria (o compagnia di assicurazioni) decida di transigere sono minime, obbligando il cittadino ad intraprendere cause lunghe e costose, che un novellato art. 696 bis ben potrebbe evitare.

Ed allora, il vulnus va colmato mediante la riscrittura dell’art 696 bis ovvero la creazione di uno strumento processuale agile (ad esempio un procedimento a cognizione sommaria incentrato sulla consulenza tecnica d’ufficio) che permetta il raggiungimento di intese risarcitorie soddisfacenti per entrambe le controparti e che consenta, a chi ha subito danni da accertate responsabilità mediche, un giusto (e rapido) ristoro.

fonte: http://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=44763

Sanità per chi può pagarla?

Sanità per chi può pagarla? Censis: in 11 milioni rinunciano alle prestazioni

Ricerca presentata oggi a Roma. Aumenta la spesa sanitaria privata: 34,5 miliardi di euro (+3,2% negli ultimi due anni). Incubo liste d’attesa: 10 milioni di italiani ricorrono di più al privato e 7 milioni all’intramoenia perché non possono aspettare. Sono 26 milioni i cittadini che si dicono propensi ad aderire alla sanità integrativa

8 giugno 2016

ROMA - Aumenta la spesa sanitaria privata: più sanità per chi può pagarsela. È arrivata a 34,5 miliardi di euro la spesa sanitaria privata e ha registrato un incremento in termini reali del 3,2% negli ultimi due anni (2013-2015): il doppio dell’aumento della spesa complessiva per i consumi delle famiglie nello stesso periodo (pari a +1,7%). L’andamento della spesa sanitaria privata è tanto più significativo se si considera la dinamica deflattiva, rilevante nel caso di alcuni prodotti e servizi sanitari. Sono lievitati i ticket pagati dagli italiani, visto che il 45,4% (cioè 5,6 punti percentuali in più rispetto al 2013) ha pagato tariffe nel privato uguali o di poco superiori al ticket che avrebbe pagato nel pubblico. È quanto emerge dalla ricerca Censis-Rbm Assicurazione Salute presentata oggi a Roma al VI “Welfare Day”, dal titolo Salute “Dalla fotografia dell’evoluzione della sanità italiana alle soluzioni in campo”.

“Sono 10,2 milioni gli italiani che fanno un maggiore ricorso alla sanità privata rispetto al passato, e di questi il 72,6% a causa delle liste d’attesa che nel servizio sanitario pubblico si allungano – ha detto Marco Vecchietti, amministratore delegato di Rbm Assicurazione Salute -. Bisognerebbe ripensare le agevolazioni fiscali per le forme sanitarie integrative, per assicurare tutte le prestazioni che oggi sono pagate di tasca propria dagli italiani e per rimuovere le penalizzazioni di natura fiscale per i cittadini che decidono su base volontaria di assicurare la propria famiglia. La sanità integrativa è oramai un’esigenza per tutti gli italiani e non può più essere considerata un benefit per i lavoratori dipendenti o un lusso per i più abbienti”.

Sono 7,1 milioni gli italiani che nell’ultimo anno hanno fatto ricorso all’intramoenia (il 66,4% di loro proprio per evitare le lunghe liste d’attesa). Il 30,2% si è rivolto alla sanità a pagamento anche perché i laboratori, gli ambulatori e gli studi medici sono aperti nel pomeriggio, la sera e nei weekend. Pagare per acquistare prestazioni sanitarie è per gli italiani ormai un gesto quotidiano: più sanità per chi può pagarsela.La sanità negata aumenta ancora. Erano 9 milioni nel 2012, sono diventati 11 milioni nel 2016 (2 milioni in più) gli italiani che hanno dovuto rinviare o rinunciare a prestazioni sanitarie nell’ultimo anno a causa di difficoltà economiche, non riuscendo a pagare di tasca propria le prestazioni. Al cambiamento “meno sanità pubblica, più sanità privata” si aggiunge il fenomeno della sanità negata: “niente sanità senza soldi”. Riguarda, in particolare, 2,4 milioni di anziani e 2,2 milioni di millennials.

Lo scadimento della qualità del servizio sanitario pubblico. Per il 45,1% degli italiani la qualità del servizio sanitario della propria regione è peggiorata negli ultimi due anni (lo pensa il 39,4% dei residenti nel Nord-Ovest, il 35,4% nel Nord-Est, il 49% al Centro, il 52,8% al Sud), per il 41,4% è rimasta inalterata e solo per il 13,5% è migliorata. Il 52% degli italiani considera inadeguato il servizio sanitario della propria regione (la percentuale sale al 68,9% nel Mezzogiorno e al 56,1% al Centro, mentre scende al 41,3% al Nord-Ovest e al 32,8% al Nord-Est). La lunghezza delle liste d’attesa è il paradigma delle difficoltà del servizio pubblico e il moltiplicatore della forza d’attrazione della sanità a pagamento.

Tra pubblico in crisi e privato in crescita, avanza la sanità integrativa. Sempre secondo il Censis, il 57,1% degli italiani pensa che chi può permettersi una polizza sanitaria o lavora in un settore in cui è disponibile la sanità integrativa dovrebbe stipularla e aderire. Così si otterrebbero anche benefici pubblici, perché molte persone utilizzerebbero le strutture private, liberando spazio nel pubblico, e perché così si inietterebbero maggiori risorse nel sistema sanitario. Sono ormai più di 26 milioni gli italiani che si dicono propensi a sottoscrivere una polizza sanitaria o ad aderire a un Fondo sanitario integrativo. Se la sanità integrativa attraesse effettivamente tutte queste persone, considerando una spesa pro-capite pari all’attuale spesa privata media nel complesso, si avrebbero 15 miliardi di euro annui per la salute. Tramite la sanità integrativa si potrebbero acquistare molte più prestazioni per i cittadini di quanto riescano a fare oggi singolarmente sui mercati privati. Tra gli aderenti alla sanità integrativa, il 30,7% ha aderito perché spendeva troppo di tasca propria e ora risparmia, e il 25% perché la copertura è estendibile a tutta la famiglia.

Esami e visite inutili? Non toccate il mio medico. Sono 5,4 milioni gli italiani che nell’ultimo anno hanno ricevuto prescrizioni di farmaci, visite o accertamenti diagnostici che si sono rivelati inutili. Tuttavia, il 51,3% degli italiani si dichiara contrario a sanzionare i medici che fanno prescrizioni inutili. Riguardo alla legge che fissa le condizioni che rendono una prestazione sanitaria necessaria e da pagare solo con il ticket, e non per intero, il 64% degli italiani è contrario (di questi, il 50,7% perché ritiene che solo il medico può decidere se la prestazione è effettivamente necessaria e il 13,3% perché giudica che le leggi sono motivate solo dalla logica dei tagli). Il decreto sull’appropriatezza è diventato una tigre di carta e tuttavia la sua logica incontra l’ostilità dei cittadini, che sostengono la piena autonomia decisionale del medico nello stabilire le terapie, anche come baluardo contro i tagli nel sistema pubblico.

fonte: http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/510005/Sanita-per-chi-puo-pagarla-Censis-in-11-milioni-rinunciano-alle-prestazioni

L’«Osservatorio» boccia il nuovo disegno di legge. Non risolve il problema

 L’avvocato Lauri: «Se non si cancella l’istituto dell’autoassicurazione non ci sarà via d’uscita»

 

La XII Commissione Affari Sociali della Camera ha licenziato il disegno di legge sulla responsabilità professionale degli operatori sanitari. Si tratta del primo vero tentativo di dare una normativa a un settore del diritto che da anni è regolato quasi esclusivamente da norme superate e dalle sentenze dei tribunali e della Cassazione. Ora la parola passa all’assemblea di Montecitorio.Tuttavia, secondo l’Osservatorio Sanità (l’associazione che tutela i cittadini e i medici ingiustamente accusati), il testo del nuovo ddl non cancella dubbi e perplessità. In particolare l’articolo 8 che attualmente, prevede l’«autoassicurazione» delle strutture sanitarie, in alternativa all’assicurazione tradizionale. Si tratta di un istituto «inesistente» che non fornisce al cittadino alcuna tutela. Infatti, salvo limitatissimi casi legati a Regioni virtuose, la legittimazione di una simile prassi, introdotta qualche anno fa, continuerà ad avere effetti devastanti a danno dei cittadini, poiché consentire a una struttura sanitaria in disavanzo finanziario (Lazio in testa) di risarcire il cittadino con fondi autonomi, in sostanza significa legittimarne l’insolvenza. «Se il ddl venisse approvato definitivamente così com’è – dice l’avvocato Francesco Lauri, presidente di Osservatorio Sanità – avremmo una legge la cui efficacia si ridurrebbe del 50%. L’autoassicurazione va eliminata immediatamente».E gli effetti di questa norma «fantasiosa» li vediamo tutti i giorni nei tribunali: «L’autoassicurazione – aggiunge Lauri – rappresenta per i cittadini una vera beffa oltre al danno ricevuto. Quasi sempre, infatti, molti degli ospedali non hanno fondi. Dal Lazio in giù sono tantissime le strutture sanitarie in disavanzo economico e in regime di autoassicurazione: un mix mortale per i cittadini perché non saranno mai risarciti».Che fare? Le sentenze, immediatamente esecutive, non hanno alcun valore di fronte a un’azienda pubblica insolvente. È risaputo, infatti, che l’azienda pubblica, per definizione, non può fallire. E allora l’Osservatorio Sanità prende in considerazione la seguente possibilità: «Nel caso in cui l’autoassicurazione o l’autotutela rimanga nel dettato del nuovo ddl – continua Lauri – occorre prevedere (in caso di struttura condannata e insolvente, ndr) la possibilità di ottenere un giudizio di ottemperanza, strumento che rappresenta l’unico, vero spauracchio per gli ospedali che non pagano. Attenzione però: questa strada è percorribile solo a sentenza passata in giudicato, e con i tempi della giustizia italiana significa far passare circa dieci anni dall’inizio della causa. In molti desistono, anche per stanchezza. Anticipare il giudizio di ottemperanza alla sentenza di primo grado darebbe maggiori garanzie al cittadino danneggiato».In definitiva,lo sbocco è rappresentato dalla «garanzia garantita». Vale a dire il ricorso a una compagnia assicuratrice solvibile e solida: «Ma allo stato attuale – conclude l’avvocato Lauri – le grandi compagnie sono fuggite dal mercato, scoraggiate dai nostri risarcimenti fuori dagli standard europei, soprattutto per i danni morali o da morte del congiunto. Se non abbassiamo gli standard di risarcimento e non riduciamo i termini di prescrizione di almeno cinque anni, il rischio è quello di veder proliferare compagnie assicuratrici fasulle che non danno alcuna garanzia al cittadino».

 

fonte: http://www.ilgiornale.it/news/salute/l-osservatorio-boccia-nuovo-disegno-legge-non-risolve-proble-1217703.html

Danni da errore medico, la giungla dei risarcimenti

L’ultima volta abbiamo pignorato un busto di marmo nell’ufficio del dirigente medico di un grande ospedale romano per far fronte al titolo esecutivo” esordisce l’avvocato Francesco Lauri, fondatore dell’Osservatorio Sanità, l’associazione che difende le vittime di errori medici.
Spesso per i cittadini che hanno una sentenza favorevole in mano diventa impossibile farsi pagare i risarcimenti per gli errori medici: le casse degli ospedali sono vuote. “Molti di quelli che gestiscono i risarcimenti da errore medico in autotutela, cioè senza una copertura assicurativa, non hanno accantonamenti sufficienti. Così, chi aspetta un risarcimento finisce per non vedere un euro”.

Quello dei sinistri sanitari è un tema su cui si stanno concentrando le attenzioni delle regioni, che in materia si sono mosse in ordine sparso. C’è chi lascia che siano le aziende sanitarie locali a gestire il rischio medico in autotutela; c’è chi si affida ad assicurazioni private pagando premi milionari; poi ci sono regioni che procedono direttamente attraverso un fondo regionale ad hoc per la gestione diretta e infine c’è chi opta per per un sistema misto, che prevede delle franchigie oltre le quali intervengono le assicurazioni. Quanto complessivamente le Regioni spendano per risarcire i cittadini vittime di errori sanitari non dato saperlo.

Neppure l’Agenas, l’agenzia nazionale dei servizi sanitari regionali, nel primo “Monitoraggio dei sinistri sanitari 2014”, presentato poche settimane fa, dipana i dubbi. Anzi. L’unico dato parziale in materia evidenzia che il costo medio dei sinistri liquidati corrisponde a 52.368,95 euro, senza dare alcuna indicazione di quanti siano complessivamente. A una domanda più diretta, l’ufficio stampa della struttura del Ministero della Salute si limita a dire che i dati “attualmente divulgabili a nostra disposizione sono quelli presenti nel rapporto. Si tratta, infatti, di informazioni che necessitano di condivisione con il Comitato Tecnico delle Regioni per la Sicurezza del Paziente, così come previsto dalla direttiva. 7 del DM 11.12.2009”. Burocratese per dire che i dati non possono essere diffusi.

Non va meglio chiedendo direttamente alle regioni. Dalle poche risposte ricevute, tuttavia, emerge qualche dato interessante. La Lombardia comunica che nel 2014 ha speso 760.604 euro per risarcire 80 sinistri. Nella regione governata da Roberto Maroni non esiste un fondo regionale ma sono le singole aziende ad accantonare degli importi non coperti da polizze assicurative. Un dato – spiegano – che registra il segno meno rispetto agli anni precedenti perchè si sta investendo molto sulla prevenzione del rischio, soprattutto nei reparti di ostetricia e ginecologia.

Non è un caso che la regione abbia puntato l’attenzione su questa branca. Come spiega l’avvocato Lauri di Osservatorio Sanità, i cosiddetti “baby case” “sono quelli più costosi per un’Azienda Sanitaria ed è grave che un rapporto ufficiale come quello dell’Agenas non ne tenga conto, minandone la credibilità stessa. Il risarcimento per un bambino che nasce con dei problemi neuromotori per sofferenza da parto dovuta ad errore medico può costare fino a 1,5 milioni di euro secondo le attuali tabelle in vigore. Ma se l’azienda ospedaliera non ha accantonamenti sufficienti o è in disavanzo economico come si fa?”.

I recenti casi di cronaca di donne decedute per complicanze durante la fase finale della gravidanza o durante il parto mostrano come il tema sia all’ordine del giorno,, così come quello delle infezioni contratte durante i ricoveri ospedalieri.

La politica non rimane estranea al tema. La Camera dei deputati ha discusso pochi giorni fa una mozione di Scelta Civica sul tema delle infezioni che rivela che “oggi la mortalità per le cosiddette «infezioni ospedaliere» si aggira intorno al 25-30 per cento” (circa 7mila morti l’anno) impegnando il governo a potenziare il sistema nazionale di raccolta delle informazioni e a redigere un piano nazionale di prevenzione e controllo.

Basti vedere che solo la Sardegna ha stanziato 67 milioni di euro per risarcimenti da danni in sanità per il triennio 2012-2014. Le denunce con richiesta risarcitoria sono state 406 nel 2012, 462 nel 2013, 440 nel 2014. Il Friuli Venezia Giulianel 2014 ha speso 1,9 milioni di euro (a carico del Fondo Regionale) a cui si aggiunge il premio della polizza unica regionale pari a 5 milioni 171.175,00 (che prevede una franchigia di 500.000,00 euro per sinistro). La franchigia marchigiana si ferma a 350 mila euro e dalla regione fanno sapere che nel 2014 hanno speso 375mila e 700 euro di cui 370mila per sinistri riferibili a “malpractice”.

La Liguria a partire dal 2011 ha scelto di gestire direttamente il rischio sanitario per ragioni di economicità: le assicurazioni costavano 31 milioni di premi mentre il fondo nel 2014 è pari a 25 milioni di euro. Nel 2015 la regione, oggi amministrata da Giovanni Toti, ha liquidato 154 casi per un importo complessivo di circa 2,7 milioni di euro.

Su tutte però la regione “modello” per la gestione del rischio è la Toscana che nel 2014 ha speso 37.995.926,75 euro e nel 2015, 52.642.477,55 euro. Con la specifica che “per quanto riguarda il 2015, i dati sono aggiornati a novembre e i maggiori costi riferiti all’anno 2015 sono dovuti a stime effettuate prevalentemente sull’ammontare dei danni richiesto dalla controparte”. La Sicilia con un atto di giunta del marzo scorso ha deciso di dotarsi di un fondo regionale “prudenziale” di 60 milioni di euro per avviare il nuovo sistema di rischio.

Quello dei risarcimenti danni da errore medico è una questione da milioni di euro per le casse regionali che soprattutto nel settore sanitario ricevono sempre meno stanziamenti dal governo centrale. Ma a Roma non rimangono insensibili al problema. Con l’aumentare delle cause dei pazienti danneggiati i medici tendono a prescrivere esami clinici in più, ricorrendo alla cosiddetta “medicina difensiva” che il Ministero della Salute calcola costi alla collettività circa 13 miliardi di euro.

Per correre ai ripari nelle prossime settimane approderà all’aula di Montecitorio una proposta di legge del Pd sulla responsabilità medica che punta a introdurre il Garante per il diritto alla salute in tutte le regioni e a potenziare la “gestione del rischio” all’interno delle aziende sanitarie. Ma sul testo si raccolgono le critiche delle associazioni che si occupano della tutela dei pazienti quando le cose non vanno per il verso giusto. Tonino Aceti, coordinatore dei Tribunali del Malato non risparmia critiche alla proposta in discussione perchè giudicata fortemente penalizzante per i pazienti che vogliano fare ricorso e che alla luce dell’indice di sinistrosità diffuso dall’Agenas, secondo il quale solo 20 su 10mila dimissioni farebbero ricorso non giustifica questo allarmismo diffuso.

Ma l’associazione scende nel dettaglio della proposta “non esistono dati certi sui rimborsi che giustificano una revisione della normativa. Inoltre, se la proposta venisse approvata così com’è sarebbe fortemente penalizzante per i cittadini. Nella legge contrariamente ad una giurisprudenza consolidata in materia, è previsto che l’onere della prova ricada sui pazienti secondo la responsabilità extracontrattuale. E un paziente in anestesia totale come fa a dimostrare che il chirurgo ha operato con colpa, dolo o negligenza? Così non c’è bilanciamento tra la tutela del cittadino e la serenità del personale medico, ma è schierato da una parte sola”. Conclude l’associazione: 2”i cittadini non vogliono far causa a tutti i costi, ma lamentano piuttosto una mancata comunicazione, l’incrinarsi del rapporto di fiducia con i sanitari. E’ questo rapporto che andrebbe ricostruito e dovrebbe essere tema della proposta di legge in esame”.

 

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