I tagli lineari alla sanità pubblica hanno indubbiamente centrato l’obbiettivo, riducendo notevolmente la spesa delle regioni che avevano il bilancio in rosso. Lo certifica il rapporto Oasi 2013 (Osservatorio sulle aziende e sul sistema sanitario italiano), presentato ieri alla Bocconi dal Cergas (Centro di ricerche sulla gestione dell’assistenza sanitaria e sociale). Ma, se da un lato, il disavanzo del sistema sanitario nel 2012 si è ridotto a 1,04 miliardi di euro, pari allo 0,9 per cento della spesa sanitaria pubblica corrente (nel 2004 era al 6,2 per cento), purtroppo i conti a posto ci sono costati cari in termini di posti letto, assunzioni e stipendi del personale, spesa per i farmaci e servizi offerti. Chi ci rimette è in primo luogo il cittadino, soprattutto nel sud Italia, dove iniziano ad emergere gravi episodi di under treatment che comportano la difficoltà di far fronte alle necessità sanitarie della popolazione. Infatti, recita il documento “il raggiungimento degli equilibri di bilancio non è andato di pari passo con la capacità di rispondere ai bisogni e di erogare servizi in maniera produttiva ed appropriata”. In particolare Abruzzo, Campania, Calabria, Lazio, Molise, Puglia e Sicilia – ovvero le regioni sottoposte al piano di rientro- “risultano inadempienti o parzialmente inadempienti” nel mantenimento dei livelli essenziali di assistenza.
E andrà peggio in futuro – l’allarme del Cergas – quando, a causa dei mancati investimenti dovuti ai tagli, “risulterà sempre più visibile l’obsolescenza delle strutture e delle tecnologie del sistema sanitario nazionale. A danno, ancora una volta, dei pazienti.
Ovviamente il rischio di incorrere in errori medici (laddove, a fronte della spesa sanitaria media pro capite europea, il nostro, è già un sistema “contenuto”) non può che aumentare. Come dicono eloquentemente i dati appena diffusi dall’Osservatorio sui sinistri dell’Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari), secondo cui, nel 2012, le denunce di sinistri sono state oltrte 12 mila. Ciò significa che sono stati commessi migliaia di errori dagli esiti più o meno drammatici. Fermo restando che l’errore è “fisiologico” in ogni processo evolutivo, cure mediche in testa, l’attenzione non dovrebbe tanto essere rivolta al numero di denunce presentate, quanto verso gli errori “ripetuti”, sintomatici di una disattenzione in termini di risk management che non possiamo più permetterci.
Il cittadino ha diritto di ottenere giustizia in caso di responsabilità medica accertata. Il medico ha il dovere di evitare di commettere errori prevedibili. Lo Stato quello di garantire cure e assistenza adeguata.
29 gennaio, lettera uscita su Quotidiano Sanità http://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=19422
4 febbraio, altra lettera sempre su QS http://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=19511





